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- Alberto Casadei LPLC 30-05-25
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- Roberto Carnero intervista per Avvenire 30-09-25
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Giudizi:
La nuova raccolta di Franco Buffoni La coda del pavone posta in conclusione al volume Poesie 1975-2025 è davvero una delle sue migliori. Ci sono molte poesie di grande intensità e densità, per esempio Che cosa manca agli animali? con una chiusa molto forte: “Ma tigri a caccia di antilopi / Cervi in lotta tra voi / È il “Cristo deriso” che vi manca, / Il dileggio del carnefice.” Anche le numerose prose sono tutte da meditare. Alberto Casadei
Cinquant'anni di poesia, per mille pagine o quasi: non che il valore si misuri col righello, ma l'insieme dà subito un'impressione di fedeltà, ricchezza e generosità. Con l'ultimo tratto del percorso rappresentato da La coda del pavone è ormai certificato che il ponte/passaggio tra i due secoli sia la dimensione di Franco Buffoni, non solo o tanto storica, quanto estetica e poetica. Uberto Motta
È un piacere per me questa sera presentare Franco Buffoni, con il quale l’amicizia e la consuetudine sono ormai trentennali. Ed è un caso fortunato che proprio oggi sia uscito da Mondadori questo volume “Poesie 1975-2025”: una festa, dunque, e anche un compleanno. Un cinquantennio rappresenta davvero un lungo percorso. Scorrendo le poesie contenute nella raccolta inedita che chiude il volume, “La coda del pavone”, da cui ora Franco leggerà, viene spontaneo anche ripensare, rigiudicare, re-interpretare – leggendo a ritroso – quello che si era creduto di capire prima e che invece ora appare in una luce diversa. Il bestiario è una presenza frequente nella poesia di Franco, però il pavone è un animale particolare: è ciò che la simbologia collega al narcisismo, all’esibizionismo di chi in pubblico mostra i propri colori. È quindi un’allegoria della figura del poeta. Al punto che Amelia Rosselli, in uno dei suoi ultimi testi, parlava di “pavone-prigione”: di una condizione – quella del poeta – che non può che esibire le proprie ferite, i propri drammi, e contemporaneamente fare di questa sofferenza una coercizione a quello che è un ruolo, una maschera, una figura pubblica. La storia poetica di Franco è stata raccontata molto bene – tra gli altri, anche da Massimo Gezzi, nel saggio introduttivo a questo libro – come la storia di una progressiva acquisizione di “ragionevolezza”: un termine che ho trovato molto suggestivo perché ricorda la sagesse di Verlaine. Verlaine che solitamente associamo a una genealogia queer persino eroica, simile a quella tratteggiata da Buffoni nella poesia “Gay pride a Roma”. Accade però che Franco, in una precedente raccolta, “La linea del cielo”, apparsa da Garzanti nel 2018, pubblichi una poesia intitolata “Codice Verlaine”, dedicata allo sbarco in Normandia. Perché la trasmissione radiofonica di alcuni versi di Verlaine costituiva il segnale convenuto per annunciare ai maquisard il momento di entrare in azione con attentati e attacchi alle truppe di occupazione. Si trattava dunque di un segnale di combattimento, di estrema “resistenza”. È anche per questo che “La coda del pavone” mi è parso come l’autoritratto, senz’altro cangiante, di qualcuno che per tutta la vita si è presentato con i colori variopinti dell’intrattenitore, mentre segretamente serbava dentro di sé il combattente. A questo punto, ripercorrendo la storia dei libri di Franco Buffoni, non posso non porre al centro “Più luce, padre”, che nel 2006 costituì una vera e propria svolta, trattandosi di un libro apparentemente scritto in prosa, forse di un saggio che è anche un’autobiografia: ma certamente è una riflessione sulla condizione omosessuale nel Novecento. Un libro che è diventato uno dei pochi strumenti per cui oggi possiamo ancora parlare di poesia civile. Questo sintagma, questa categoria che in passato ha avuto sicuramente dei momenti celebri, molto visibili, ancora oggi memorabili, non è poi sempre riuscito a interpretare artisticamente i propri valori, i propri convincimenti. In fondo l’intonazione che ascolteremo questa sera dalla voce dell’autore di “La coda del pavone” rappresenta una vena evoluta e diversa di poesia civile. Si parla inevitabilmente di Leopardi quando ci si riferisce al rapporto con la filosofia, la scienza e la ragione. Con Buffoni, però, leggendo “La coda del pavone” mi è tornata alla memoria anche un’altra traccia: quella della poesia didascalica del Settecento dell’Algarotti e del Bettinelli (che per altro Buffoni cita esplicitamente in un testo). Autori che riletti oggi svelano un segno di civiltà, di conversazione, di cittadinanza, che forse abbiamo perduto e che dobbiamo ritrovare. Andrea Cortellessa, Prolusione, Teatro di Villa Torlonia, Roma 16 aprile 2025
Sin dal titolo, il libro inedito che chiude questo Specchio conferma che Buffoni negli ultimi anni ha aperto un nuovo ciclo che potremmo definire scientifico: «se [...] in Betelgeuse mi sono annullato nell’infinitamente piccolo e nell’incommensurabilmente espanso», leggiamo nella nota finale, «qui [...] mi sono concentrato sul mondo animale in prospettiva ‘cyborg’». Il tema principale dell’opera è quello degli animali, visti non solo da una prospettiva scientifica ed etologica, ma anche da un punto di vista simbolico e culturale, con un’attenzione particolare per il teriomorfismo del passato e del futuro. Non solo etologia ed ecologia, si diceva però all’inizio. E infatti questo confronto serrato tra la nostra e le altre specie accende anche l’interesse per il teriomorfismo, vero filo rosso che attraversa tutte le sezioni del nuovo libro. Non è un caso che La coda del pavone sia forse l’opera in cui Buffoni accoglie più di frequente il mito e la letteratura classica: il titolo stesso proviene dal proemio degli Annales di Ennio, citato anche da Lucrezio, in cui l’anima di Omero trasmigra in un pavone «prima di giungere a lui per esporgli la dottrina della metempsicosi». Allo stesso modo nel libro incontriamo le Metamorfosi di Apuleio (Per altro nel corteo) oppure Cadmo che, alla ricerca della sorella Europa rapita da Zeus, si imbatte in «piccoli esseri dalle sembianze minerali» che l’autore intravede nei referenti ancipiti di alcuni termini di dialetti alpini ormai scomparsi (per esempio ona burdüra, che in Valdossola indicava un coleottero ma anche la strega che rapiva i bambini disobbedienti); o ancora incrociamo «sfingi e minotauri / E satiri e centauri / Lesti a ricordarci / La nostra voglia di coniugare / Tratti umani e tratti animali». Massimo Gezzi dal saggio introduttivo a Poesie 1975-2025, Mondadori 2025
Come sono belli, e profondi e necessari i versi della quarta di copertina del tuo libro mondadoriano! Giuseppe Conte
E oggi che mi trovo a ragionare
Di machine learning e reti neurali
Provo adulte fitte di rimpianto
Per le certezze di mio padre:
Ciò che nell’uomo
Dell’animale è il segno
È la sua natura mortale.
Ciò che lo trascende è la parola.
Franco Buffoni
Il libro è bellissimo, e importante: due cose diverse, ma entrambe vere. E mi pare che collochi Buffoni ‘nettamente’ al di sopra o al di là di quanto hanno fatto gli altri, e le altre, della sua generazione. Quando finalmente si potranno vedere le cose come stanno, sarà ben chiaro che di questo mezzo secolo della poesia, la voce di Buffoni è quella che ha detto di più, e meglio. Ci voleva questo libro, almeno per me, per capirlo con una oggettiva chiarezza, perché è solo la lettura di una raccolta dopo l’altra che permette di cogliere 1) la tenuta qualitativa di ritmo e lessico, di tono e sintassi, senza approssimazioni, incrinature, cedimenti… 2) la portata estetica dell’escursione che dai ‘Tre desideri’ porta a ‘Betelgeuse’, e spacca la crosta di marmo della lirica e lascia venir fuori la lava che sta sotto, lava intelligente, lava che all’aria si fissa in una forma che la rende tangibile e subito classica; 3) l’esemplarità del cambiare marcia, e temi e materia, da un libro all’altro e dentro uno stesso libro, che finalmente arriva a una inclusività non sperimentale, che è il non plus ultra. C’è la storia, c’è la scienza, c’è la morale, c’è la pedagogia… Poesia totale non è un apprezzamento ma una costatazione. Adesso toccherà ai critici, ai filologi e agli studiosi fare i conti. E qui i compiti che mi sembrano fondamentali sono in primis una concordanza, se non materiale almeno ideale, per misurare e disporre su carta, il vocabolario di Buffoni; quindi, accanto, un censimento ritmico, perché bisognerà davvero andare a picchiare alla porta del tono, così secco e duro e inscalfibile, e così ricco di trepidazione e passione. Poi, ma qui dalla stilistica si sale alla filologia: vorrei nero su bianco collazionare gli indici di tutti i libri, e tracciare i percorsi delle varie poesie-tessere, per capire come le pedine si muovono dentro un sistema-mondo, un sistema-pensiero, un atlante, e possono concorrere ogni volta alla definizione esatta di uno stato. Da ultimo verrà il tempo delle varianti, almeno di quelle a stampa. E questo è già il programma di una tesi di dottorato. Uberto Motta, Università di Friburgo CH, 04-05-25
Ho avuto la fortuna di leggere “La coda del pavone”di Franco Buffoni ancora in bozze. E ora leggere su LPLC del 30-05-25 il saggio di Alberto Casadei sul volume complessivo (cinquantennale!) “Poesie 1975-2025” di Franco Buffoni, che presenta la raccolta inedita, e che fiocina questioni importanti (dalla gnoseologia a Leopardi, dal tema della sopraffazione al rapporto col Sette Ottocento inglese), è un balsamo. Per la profondità laica del discorso critico. Marco Corsi, facebook 04-06-25
Condivido la lucida lettura di Alberto Casadei uscita oggi su LPLC, sulla nuova raccolta poetica di Franco Buffoni, "La coda del pavone", che suggella il volume "Poesie 1975-2025", edito per "Lo Specchio"Poesia Mondadori. Un libro a cui sono particolarmente legato, non solo perché ho avuto il piacere di leggerlo nel corso della sua genesi. Ringrazio Franco di avere posto in epigrafe il proemio di Ennio nella mia traduzione, con il sogno di translatio in pavone, simbolo di rinascita in cui mi ero imbattuto proprio in quei giorni - gran coincidenza di tempi - e che gli segnalai. Invito a leggere questo libro metamorfico che rinnova chi lo legge e chi lo ha scritto, per trasmetterci elementi di stupore e conoscenza su presente, passato e futuro dell'uomo e dell’universo animale. Francesco Ottonello
Francesco Ottonello Sogno metamorfico, il proemio frammentario di Ennio Gianluca Furnari ne ho fatto leggere una sezione ai miei alunni di seconda, nelle scorse settimane Francesco Ottonello ah dai, grande, ma seconda liceo? Com'è stato? Gianluca Furnari Interessante, pur nel tempo limitato che abbiamo avuto; il focus era sul rapporto tra la Chiesa cattolica e gli animali, con le sue ambivalenze
Francesco Ottonello bellissima idea! Francesco Ottonello e Gianluca Furnari
Sin dal titolo, La Coda del pavone, il libro inedito che chiude questo Specchio, conferma che Buffoni negli ultimi anni ha aperto un nuovo ciclo che potremmo definire scientifico: «Se in Betelgeuse mi sono annullato nell’infinitamente piccolo e nell’incommensurabilmente espanso», leggiamo nella nota finale, «qui mi sono concentrato sul mondo animale in prospettiva ‘cyborg’». Un legame evidente – che tuttavia poggia su una virata sottocutanea significativa. L’interesse per l’etologia, conquistato nel tempo, era già emerso in varie zone dell’opera di Buffoni. Eppure, nella Coda del pavone gli animali sono anche e soprattutto vittime della crudeltà umana: che siano trote dalle fauci squarciate lasciate a boccheggiare nel retino da pesca, uccellini accecati da un mercante perché cantino più forte, la cagnetta Laika «Nata nel 54 e sparata in cielo viva dai sovietici nel 57», o ancora castori in fuga dall’essere umano «Pronto a infilargli un elettrodo nel culo / Per non sciupargli la pelliccia», i crimini verso gli animali compongono un elenco raccapricciante che getta una luce sinistra sulla «bestia d’uomo», ovvero sui sapiens sapiens. Stefano Bottero
«Nel caso dell’ultima raccolta di Buffoni, – scrive Alberto Casadei – il primum resta un bisogno di realizzare una fenomenologia delle violenze». Animalismo e critica all’antropocentrismo sono le istanze fondative di questa fenomenologia, attinte a una tradizione di pensiero scientifico che include Galileo e Darwin, Freud e Turing (quest’ultimo per aver esteso l’arte del dubbio a una nozione tutta umana di intelligenza). Esse possono declinarsi come denuncia della sopraffazione contro gli animali e, più in generale, dell’autorità, incarnata dagli adulti o dalla Chiesa Cattolica. Ciò spiega la regressione infantile del punto di vista nella terza sezione, dove la tragica morte della cagnolina Laika (p. 776) è evocata come «passaporto al mondo adulto» (colpevole è il governo sovietico, benché qui l’accusa sia più implicita), mentre nelle poesie successive, e per esempio in Pecore io vi mando in mezzo ai lupi e in Il nemico della Chiesa (pp. 776-778), gli animali sono discussi in quanto emblemi risemantizzati dalla tradizione cristiana, e cioè secondo i casi demonizzati (serpente e scorpione) o cristizzati (agnello, colomba, pavone). Gianluca Furnari
Il pavone (nella sua simbologia ordinaria e quella sacra) è l’inevitabile elemento che turba la quiete borghese grazie al piumaggio ammirevole ma inutile, oramai inutile. La bellezza non salverà un bel niente visto che è del tutto superflua. Il poeta invece vi scorge quella differenza che infrange le gerarchie antropocentriche, in cui la bestia è immagine ridicola, «[…] un dandy vanitoso, / caricatura di Robert de Montesquiou […]» (Sullo sfondo i pavoni bianchi, vv. 8-9, p. 780); o si scopre, quasi quasi, di aver saltato qualche stadio dell’evoluzione che quella coda avrebbe dovuto tagliarla una volta per tutte. Gandolfo Cascio
Si tratta quasi di un Meridiano: il mezzo secolo dentro il migliaio di pagine è una grande testimonianza di esistenza e di civiltà, dove la parola riesce sempre a dare luce, tagliente e radente, alle ombre del nostro tempo di crisi e bui. Quello di Buffoni non è però uno sguardo all’indietro perché la nuova raccolta “La coda del pavone” stimola l’attualità. Non c’è AI che tenga. Complimenti! Roberto Cicala
“La coda del pavone” dimostra come antico e contemporaneo possano stringere una trama profonda di significati, e come il bestiario sia un genere che si può rinnovare, attraversato dalla scienza, dall’antropologia, dalla poesia. Isabella Leardini
Animalismo e critica all'antropocentrismo ne «La coda del pavone» di Franco Buffoni (2025), con una proposta didattica su ecologia cristiana ed ecologia laica.
https://www.iltalentodiroma.com/2024/11/07/franco-buffoni-al-questionario-poetico/
Gianluca Fùrnari
Fino al gioiello conclusivo, “La coda del pavone”, l'opera di questi ultimi anni, finora inedita, in cui Buffoni si muove nel campo dell'etologia, nel mondo degli animali, spesso vittime della crudeltà umana. Maurizio Cucchi
“Buffoni procede, spiega lui stesso, per "progetti", planimetrie in versi di ampio respiro e qui ci soffermiamo sull'ultima fase, un passo ulteriore e nuovo in cui il ragionare in poesia fin qui praticato, pone al centro la scienza e le sue scoperte con la bellissima raccolta Betelgeuse del 2021 in cui convergeva il sapere della fisica e dell’astrofisica, dentro cui catturare una visione esistenziale.” Mario De Santis su Tuttolibri
“L’impronta didascalica settecentesca dell’ultimo Buffoni ha infine il merito di riconsegnare alla poesia una caratteristica a essa congenita, ma che negli ultimi decenni in Italia ha avuto una rilevanza pressoché secondaria: la propensione ad arricchire di nozioni la cultura del lettore. Questa, tra le variazioni sul tema dell’autore, è la più nobile e gratificante delle novità.” Diego Ghisleni, L’Immaginazione 348
“La coda del pavone” il nuovo libro che chiude “Poesie 1975-2025” è uscito in aprile. Scopro oggi che dagli scavi sull’Appia Antica emerge questo splendido mosaico del II secolo d.C., con il pavone rappresentato nel momento in cui sta beccando l’uva dai tralci di vite, simbolo di spiritualità e immortalità. E sono felice. Franco Buffoni 12-08-25

“Tengo a dirti che da alcuni giorni je me régale (non so trovare un verbo migliore in italiano) a leggere o rileggere le tue poesie nel sontuoso volume dello "Specchio" da poco uscito. Cominciando dalla coda (di pavone, naturalmente).” Francesco Zambon
Classe 1948, docente universitario, critico e traduttore, Buffoni è una delle maggiori voci poetiche contemporanee. Una ricerca iniziata con la musica, dalla Callas a Chopin, e proseguita con un approccio storico, geografico e scientifico. In volume l'omaggio a cinquant'anni di carriera letteraria: "In alcuni casi sono fedele alla sua forza misteriosa, in altri cerco di "tradurlo". Roberto Carnero
Infine, anche quando prendono la via del gioco o della pointe d’esprit, i testi di Buffoni sono creatori di rivelazioni sorprendenti e nessi profondi, capaci di congiungere confidenze intime a questioni sociali brucianti, smascheramenti degli abusi di potere”. Maria Luisa Vezzali
“La grandezza di certi libri che propongono una produzione di decenni è quella, nei casi più mirabili e per questo rari, di farsi canzoniere, opera unica in atti scanditi dall'esistenza. Ho potuto vivere la prima parte dell’opera di Buffoni, come non avevo potuto fare da giovane. La compattezza, esplosiva, struggente, che ho trovato in I Tre desideri, uscita nel 1984 quando avevo dieci anni, mi ha totalmente stravolto. Questo Paese era in una fase – io è così che ormai la ricordo e la racconto – crepuscolare: era alla fine della Sua innocenza, con un Popolo ancora fedele a un orizzonte ideale e ideologico, poi sprofondato nella voragine delle televisioni berlusconiane e in Tangentopoli. Questo trapasso vive dentro I Tre desideri. C’è un testo che mi sembra centrale non solo nell’opera di Buffoni, ma nella poesia italiana del secondo Novecento, eccolo:
Essere raggiunti
dove si è arrivati
da soli
non per fuggire
ma per prevenire:
per aprire la fuga ai ritorni.
Essere raggiunti
per dire
che non si può proprio
avere pace.
È da tanto tempo che non mi lasciavo andare a tanta emozione: quel "da soli/non per fuggire/ma per prevenire:/per aprire la fuga ai ritorni”. La fuga ai ritorni. Fuggiamo verso un ritorno, verso l'"urlo della gioventù" di Dario Bellezza, verso il ventre materno, verso un'idea d'amore che con gli anni svanisce. E fuggiamo verso un ritorno, quello tragico, caproniano, del padre assente, dell'assenza fatta dio: non si può proprio/avere pace. L'unico esercizio veramente sacro di fronte a questa poesia è la gratitudine. Daniele Mencarelli
Buffoni pratica una poesia della responsabilità: non consola, non sublima, non assolve. Tiene insieme persecuzioni antiche e moderne con una continuità spietata, mostrando che cambia il colore del carnefice, non il gesto. E quando parla di desiderio, lo fa con una tensione pronta a colpire, ma non a consumare: qualcosa resiste, qualcosa oltre gli incontri. Il risultato è una poesia scomoda, densissima, volutamente “irregolare”: non canta, annota; non commuove, incide. È scrittura per attrito, che graffia, che pretende di conoscerci. Valerio Mello
“La coda del pavone”, la raccolta inedita che chiude “Poesie 1975-2025” rappresenta non solo il bilancio di un autore centrale nella letteratura contemporanea, ma anche un documento prezioso per comprendere l’evoluzione della poesia italiana dagli anni Settanta a oggi. Buffoni dimostra infatti che la poesia può essere insieme esattezza e vibrazione, studio e passione, memoria e interrogazione del futuro. Lucrezia lombardo
La coda del pavone è il canto ultimo della storia della presenza umana sulla Terra, dall’animalità alla completa estraneità alla Natura in seguito a una contaminazione insanabile, una ferita che è andata allargandosi sempre più. Alberto Iacoviello
Gli intervalli temporali, i ritorni tematici e ossessivi, i salti e gli spostamenti improvvisi della lingua — una lingua che sa farsi strumento di analisi e di foratura del quotidiano, che sa interpellare la storia e la biografia, il dolore e la lotta politica, il corpo e la morte. Attraverso questo atlante, si evidenzia la forza e il rigore di una poesia che non si adagia mai, che scarta e riparte, e che chiede da noi, come scrive Massimo Gezzi nell’articolato saggio introduttivo al volume, un esercizio di «riconoscenza»: «È ancora una volta l’oscillazione continua, in atto da più di quarant’anni, fra il celaniano “porsi a fianco” e il céliniano “chiamarsi fuori” a osservare dall’esterno l’avventura delle specie sapiens sapiens». Di entrambe queste posture, oltre che della volontà di non accontentarsi del già scritto e di spingersi sempre plus ultra, dobbiamo essere riconoscenti a Franco Buffoni, e siamo certi che gliene saremo ancora a lungo. Giorgiomaria Cornelio
Il dialetto è un modo di leggere il mondo e la storia valido per ogni geografia. È cifra dell’altro, ma familiare, come è per il Buffoni anglista la lingua di Robert Burns che in scots scrive parte di To a Mouse, on Turning Her Up in Her Nest With the Plough. Ma è anche la lingua dove accanto al familiare abita unheimlich il rimosso, come in Nove vite, dove al detto dei gatti «Al g’a set animi e un animin, e un alter scundü sut al cüsin» (‘Ha sette anime e un animino, e un altro nascosto sotto il cuscino’), si sovrappone il «clicchettio di artigli sul linoleum» della tigre assenza che assediava Cristina Campo «nella stanza quieta, dove tanto vorrei studiare e scrivere» (citazione dall’originale). Fabio Zinelli
